CLAUDIO MONTEVERDI - DIVINI LAMENTI

Per cominciare, mi sembra opportuno riflettere sulla durata della vita del Lamento nell'universo dotto della musica occidentale.

 

Il Lamento nasce tra i marmi dei teatri greci (Threnos); la sua versione latina (Planctus) sopravvive e percorre tutto il medioevo. Il Rinascimento lo riscopre nelle sue Lamentationes, e nelle sue Déplorations polifoniche; nel XVII secolo, il Lamento diventa una forma autonoma della Cantata. Lo ritroviamo, infine, nella tradizione dei Tombeau francesi; vive ancora nell'Opera nascente e fino alla fine del XVIII ne rappresenta il momento più tragico.

 

La ragione del suo incomparabile successo è semplice: il Lamento è una delle  risposte alle grandi questioni sollevate dagli umanisti sulle cause del potere affettivo della musica, il potere leggendario e mitico che quest'arte ha di dar vita e modulare gli stati d'animo dell'uditore.

 

Il Lamento vivrà nell'Opera del XVIII secolo fino a quando vivrà nell'Opera il  principio  dell'affetto "à  l'antique". Non l'affetto inteso come sinonimo di  sentimento come lo definisce Rousseau - " nébuleuse du sens dont on ne discute pas” - ma l'affetto come espressione formalizzata, definito in una retorica e in un suo specifico linguaggio idiomatico. L'affetto del lamento è un  affetto “leggibile” che gode di una sua specifica morfologia musicale edificata su ritmo, intervalli e rapporti  armonici.

 

Quando i "sensualisti" del XVIII secolo scoprono "il gusto che non si discute",  il XVIII secolo  scopre il valore soggettivo dei sensi. Fino ad allora, la malinconia è una qualità indissociabile dalla forma, consustanziale alla sua sintassi. Nel '700 è la percezione  individuale  dell'uditore che  crea  il  senso

sulla base della sua esperienza personale. È celebre l'esempio roussoniano:  il pastore svizzero emigrato, ascoltando il muggito di una vacca non potrà  che risalire nella memoria al suo paese d'origine. E cosÌ Malinconia e  Musica divorziano, si separano per sempre e, nel migliore dei  casi, l'atrabile si limiterà a risvegliarsi nelle fantasie di coloro che già ne l’hanno vissuta. Non è un caso, quindi, che solo in quest'epoca il Lamento abbandoni la scena dell'Opera,  lasciando il suo posto  ad una miriade di forme particolari create ad hoc per tradurre l'esperienza individuale dei loro "inventori" (penso alle pagine più tragiche di Beethoven e Chopin, e a Ravel che piange ancora Couperin,  due secoli dopo la sua morte), ma che non sono organizzabili in un'arte (scientia) e che  sfuggono ineluttabilmente ad ogni analisi razionale.

Brenno Boccadoro, Università di Ginevra

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