INFERNO
L'inferno a teatro

Per me si va nella città dolente

Per me si va ne l'eterno dolore,

Per me si va tra la perduta gente [...]

Lasciate ogni speranza o voi ch'entateIl

 

ll Mondo delle Tenebre, Inferno o Ade che sia, pare essere una "presenza necessaria" nell'opera degli esordi. Plutoni e Diavoli conquistano la scena nel clangore di apocalittici tromboni; lo stridore del regale si unisce ai gemiti delle anime che vagano sofferenti nel regno delle tenebre; l'Acheronte, un fiume lugubre e putrescente, segna il confine tra il mondo dei vivi e il regno della Morte, tra luce ed oscurità, tra il bene e il male.

 

Che funzione ha la presenza dell'aldilà nell'opera? Perché l'opera nascente ha bisogno di raccontare l'Inferno? Cosa attrae l'uomo, l'artista, il compositore verso le tenebre?

 

« Fin dalle origini, la scena teatrale è da considerarsi come uno dei luoghi della conoscenza di sé. Il teatro eredita questo interrogativo dalle religioni, dalla magia e dallo sciamanesimo nei quali affonda le proprie origini fin dalla notte dei tempi. L'umanità nella sua culla ha avuto rapidamente bisogno di creare un meccanismo capace di distoglierla dalla tragica realtà dell' esistenza.

 

Tornano in mente le parole di Davus (Andria, Terenzio):

Tu non puoi restare un'ora con te stesso; inganna la tua inquietudine, poiché l'oscurità ti accompagna, ti spinge e ti insegue nella tua fuga.

 

Lo spirito umano pare non avere scelta e, ultima spiaggia per la propria sopravvivenza, è il dissociarsi  dal proprio corpo ed incarnarsi in un suo « doppio psichico » che, come uno specchio, gli consenta di osservarsi e divenire spettatore della propria esistenza. » (1)

 

È questo impellente bisogno di sdoppiamento che porta all'invenzione della scena.

 

Questo « passaggio » ha un nome: mimesi.  La mimesi è « l'atto di riprodurre, di figurare ed immaginare le cose» (Aristotele). Non si tratta di una banale imitazione, di una sterile riproduzione della realtà. Alla mimesi spetta il compito di rivelare quanto la realtà nasconde.

 

Il teatro è catarsi, esorcismo. La tragedia, suggeriva Aristotele, «imita l'uomo e ne purga le emozioni». La scena, infatti, ci porta inevitabilmente all'indagine socratica, incarnando lo pscicodramma umano nell'azione parlata, nel suo rivestimento sonoro, nel gesto, nella danza.

 

« In quest'ottica, come nel caso di molti simboli e proiezioni collettive, la rappresentazione dell'Inferno a teatro diviene uno dei vettori più efficaci dell'autocomprensione offrendosi ai più lucidi come uno specchio della umana natura. » (2)  L'Inferno incarna – nelle religioni come nell'Opera –  quell'ancestrale paura della morte che, come sostiene Epicuro, non consente all'uomo « la conoscenza della felicità ». Solo trasferendola nella parola scritta, recitata e cantata, si potrà esorcizzare e deridere una fobia che « stoltamente attesa ci porterebbe alla pazzia » (Epicuro).

 

Come sempre, è il mito che meglio ci racconta il terrore degli inferi. Hadés, dio dei morti , è l'invisibile. Per evitarne la collera, nessuno può pronunciarne il nome. Gli si attribuisce allora il nome di Plutone, il ricco, nomignolo con il quale, da una parte si cerca di deriderne il potere, e, dall'altra, rappresenta le forze misteriose che abitano le viscere della terra, luogo di metamorfosi, trasformazioni e del passaggio dalla morte alla vita. Maestro impietoso, Hades non rende le sue vittime. I dannati sono destinati all'eternità delle tenebre, ai rigori di un freddo abitato solo da mostri, demoni e pene.

 

Specchio del mondo, la rappresentazione dell'Inferno ricorda a ciascuno la sua verità e ci aiuta a sopportare il peso del mistero dell'aldilà, del dopo la vita.

Roberto Festa

 

(1) Brenno Boccadoro, Università di Ginevra

(2) Brenno Boccadoro, Università di Ginevra

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