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D'AMORE E DI FOLLIA

L'arte del Lamento

 

 

Prologo.

Il Lamento ispira una messe infinita di capolavori ed è l'unico genere musicale che traversa la nostra intera storia. Quello del Lamento è ancora il solo universo che trova un posto nell'etnomusicologia e nella tradizione dotta della musica occidentale.

 

Difficile da definire morfologicamente, ciò che accomuna le composizioni dell'arcipelago Lamento è il testo: le parole evocano sempre una transizione e/o una separazione che non prevede la possibilità di un ritorno.

Il Lamento: tra mitologia e antichità.

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Il lemma Lamento è la traduzione del greco threnos, e del latino naenia.

Nell'Ellade, il threnos ha due principali funzioni: cantare le lodi e i meriti di un caro scomparso ed esercitare una funzione terapeutica, catartica e purificatrice, sull'assemblea dei presenti. La musica risolleva e consola chi ha vissuto l'emozione violenta del trapasso:

 

la threnodia e l'aulos agiscono sulle emozioni e liberano le lacrime, portando sollievo alle tensioni dell'anima.

(Plutarco, Conversazioni a tavola 657a)

 

Il threnos viene cantato il giorno che segue il decesso. Prefiche professioniste, specialiste di lacrime e pianti come se ne trovano ancora nel sud d'Italia, lo eseguono accompagnandosi all'aulos. L'aulos è lo strumento patetico per eccellenza: simbolo fallico, da una parte, rappresenta la fertilità in culti dionisiaci e baccanali dove, grazie al vino, all'entusiasmo e al ritmo incalzante della musica, si dà libero sfogo alle passioni più varie; dall'altra, lo si suona per animare le truppe, per curare la sciatica (Teofrasto) e, come si è detto, nei riti funebri.

 

Retoricamente la trenodia è caratterizzata da due principali figure.

1. L'anadiplosis o repetitio

ex.: Povero me, sospiro! Andate sospiri, e sospirate fino al mio ultimo sospiro!

 

L'anadiplosis, come racconta l'attore Filemmone nella Follia dei vecchi d'Anassandride (Ἀναξανδρίδης), costringe l'attore a variare l'espressione della parola ripetuta, a continui cambiamenti di intonazione e posture da adeguare alle caledoscopiche possibilità della parola. L'anadiplosi porta all'azione.

 

2. L'asindeto,

ex. Io venni e io l'incontrai e io gli ho prentato la mia richiesta!

 

Lascio ancora la parola a Filemmone:

Sembra che in un egual tempo si possano avere molte cose, poiché la congiunzione le riunisce tutte in un solo blocco. Ed è chiaro che se la sopprimessimo, si produrrebbe l'effetto opposto e invece di avere un' unica cosa, se ne avrebbero molte.

 (Anassandride)

 

L'asindeto è un'amplificatore e risponde ad un'esigenza teatrale precisa: con questa tecnica si evidenzia l'importanza di un personaggio o delle sue gesta e, per esempio, sarà sufficiente pronunciarne in una sola battuta il nome per non farlo più dimenticare al pubblico.

 

Anadiplosi e asindeto sono all'origine di due degli strumenti espressivi più tipici del barocco: l'eco e il basso ostinato che si esprimono musicalmente con la ripetizione della stessa parola. o delle stesse note.

 

Nel lamento che chiude la celebre Serenata a tre di Barbara Strozzi (in programma), la parola "addio" è ripetuta 21 volte e i 21 addii sono accompagnati da un ostinato che percorre una quarta discendente! La Strozzi ha costruito un quadro sonoro denso di significati. Abbiamo una doppia anadiplosi: si ripetono gli addii e le note del basso; Il 21, quello degli addii, è un numero magico particolarmente efficace essendo il prodotto di due numeri analogamente magici (il 3 e il 7) e, al tempo stesso, la somma di tutte le cifre che lo separano dallo zero (1+2+3+4+5+6 = 21); la quarta discendente, movimento melodico che ricorre in numerosissime ciaccone e pessacaglie, è quel tetracordo che risuona nei momenti più drammatici della tragedia antica, una figura topica della malinconia.

 

La tradizione vuole che l'anadiplosi abbia origine da un fenomeno naturale: l'eco. Analizziamo il mito che porta in scena Pan, satiro per metà uomo e metà capro, e Eco, ninfa musicista:

 

Eco fuggiva i maschi, gli dei quanto gli umani. Attratto dalla sua verginità, geloso del suo canto, frustrato non potendo gioire della sua bellezza, Pan rese furiosi pastori e guardiani di greggi, che, come lupi o cani rabbiosi, si gettarono sulla povera fanciulla, la fecero a pezzi mentre cantava e dispersero le sue membra così piene d'armonia. Terra (Gaia), accogliendole e consegnandole alle ninfe, ha conservato il canto e la musica.

 

Leggenda questa che si riproduce nell'Orfeo, smembrato dalle Baccanti, e con Syrinx, che si trasforma nel bambù con il quale Pan costruisce il proprio flauto.

 

Siamo di fronte a tre figure mitologiche della frustrazione, del desiderio eccessivo e della dissonanza. Sessualità panica e sovrabbondanza emotiva creano una frattura tra il soggetto e l'oggetto che porta ineluttabilmente alla distruzione dell'oggetto amato. Quello di Pan è un desiderio che non prevede liberazioni, senza antidoti, nessuna corsia d'emergenza.

 

Eco è lo scacco, il suono inafferrabile. Mobile e aerea, fugge bramosia e desiderio. Al tempo stesso Eco permette la comunicazione tra mondo divino e mondo umano. La mediazione, però, è accompagnata da una trasformazione. Ciò che è musica in un campo, nell'altro è percepito come suono disorganizzato, disarticolato. Da una una parte, l'unità; dall'altra, frammenti, dissoluzione, il molteplice.

 

Si insinua nel discorso, allora, l'idea della vanitas, simbolo nel niente, dell'assenza di identità. Non ci si può stupire dunque se nuovamente compare in scena la Malinconia, l'umore della frustrazione.

 

Le fonti greco-latine insistono sulla malinconia dell'eco. Nell' Inno a Pan di Omero, Eco risponde con un lungo lamento (peristenei) al canto delle ninfe e di Pan, e Lucrezio descrive l'eco come una nenia dolce (dulcis querelas) intonata da flauti divini.

 

Nel contesto della psicologia ellenistica, la passione è la conseguenza della rottura dell'equilibrio tra anima e corpo. La tragedia greca incarna questi due principi nell'azione e la reazione lirica: l'azione è per gli eroi, i protagonisti del dramma; la reazione per il coro, turba di demuniti e comuni mortali, facili prigionieri delle passioni. Per questa ragione il repertorio dei Lamenti è più ricco di eroine che di eroi. Solo donne e deboli possono esprimere, senza vergogna, dolore e pianto in pubblico.

 

Andromeda che canta inutilmente la sua disperazione all'eco, incatenata ad una pietra, è l'immagine più emblematica di questa tradizione. Il suo è un canto che si disperde nel vuoto, un canto sordo, muto, sconfitto dall'immobilità della natura.

 

Il Lamentum Matris Euryali di Mazzocchi in programma, è una parafrasi dello stesso mito. Una madre spinta al di là delle soglie del dolore, piange  contemplando le membra disperse sul campo di battaglia del proprio figlio. Esiste una musica per occasioni simili? può essere "bella"?

 

 

Il Rinascimento ed il XVII secolo.

Il Rinascimento accede al repertorio poetico generatosi intorno al Lamento con Ovidio che ci narra di Echo e Pan nelle sue Metamorfosi. Altra fonte di riferimento degli eruditi dell'epoca è l'antologia greca Planudea.

 

Nel XV secolo, l'espressione del dolore prende forma nelle déplorations, genere neonato dell'officina umanista. Oggi la musicologia accomuna alla déploration alcune forme analoghe quali epitaphium, lamentatio, noenia.

Il comune denominatore tra loro è ancora il testo. Ne troviamo di tre tipi:

 

1. politica, cioé composizioni che commemorano la morte di un re o di un aristocratico

2. biblica

3. déploration sulla morte di un musicista

 

Solo verso la fine del XV secolo, il Lamento diviene un genere autonomo. Il Dulces exuviae di Virgilio, le ultime parole che Didone pronuncia prima del suicidio, conosce 52 arrangiamenti polifonici diversi solo nelle Fiandre; in Italia, tutti i polifonisti di spicco compongono madrigali ispirati dalla pagina più conosciuta della letteratura virgiliana e ne fanno cantare l'originale in latino o una delle sue numerose traduzioni italiane.

 

Ma dovremo attendere il 1561 per veder associare la definizione Lamento ad una specifica partitura musicale. Lo fa Jachet de Berchem nel suo Capriccio, opera interamente consacrata all' Orlando Furioso dell'Ariosto. Dei 93 madrigali che Berchem compone, 34 sono lamenti.

 

È fatta: il Lamento è di moda! Sulla scena è tempo adesso di nuove Didoni, Erminie, Clorinde, Angeliche, Arianne, Madonne e Maddalene.

 

Le sue prime versioni monodiche - Peri, Monteverdi, Mazzocchi - serviranno da modello al Lamento barocco. Sarà bene alternare, ci avvertono i teorici, momenti di lenta declamazione (movimenti tardi e lenti, Vicentino) a momenti di intensa attività (concitato). Questo permette di rappresentare la ciclotimia del dolore, affetto istabile e proteiforme (abbandono, disperazione, ira, furore).

 

I Lamenti del XVI e XVII secolo presentano una costante: il modo. Si piange sul terzo e sul quarto modo, il frigio e l'ipofrigio, i modi più gravi del sistema musicale greco. Sono i modi della Terra, il pianeta della malinconia per i greci, e, nella tradizione cristiana, valle di tutte le lacrime versate piangendo il Paradiso perduto.

 

 

 

Brenno Boccadoro, Università di Ginevra

 

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